

Nella casa di Parigi di Andrè Breton, tra la fine del 1927 e il 31 gennaio del 1928 si svolsero sedute di autoanalisi collettiva dove si faceva anche il gioco della verità. In una delle sedute, Andrè Breton, con sua moglie Simone Breton, Benjamin Péret, Robert Desnos, Max Morise e Paul Eluard pensarono di mettere sotto esame “
Eluard tracciò su una pagina bianca orizzontalmente i nomi dei partecipanti e verticalmente la lista delle caratteristiche. Dai seni ai capelli, dall’andatura all’altezza..., una cinquantina di voci che coprono un ampio ventaglio dell’eterno femminino.
Il catalogo da votare fu questo: seni, capelli, bocca, occhi, denti, gambe, ventre, braccia, peli, lingua, sesso, natiche, mani, orecchio, piedi, nuca, collo, anche, andatura, sonno, modo di svestirsi, pudore, voce, riso, sguardo, naso, pulizia, cortesia, volgarità, cattiveria, bontà, perversione, rigore, odore, profumi, nome, silenzio durante l’amore, iniziativa, giovinezza, vecchiaia, tenerezza, gelosia, libertà mentale, altezza, eleganza, estraneità, autoritarismo.
Ne uscirono voti abbastanza omogenei: occhi, sguardo, seni, collo, mani ebbero la meglio sul lato B. Il modo di vestirsi, la pulizia, l’iniziativa risultarono più apprezzati della voce e dell’altezza.
E mentre l’eleganza ebbe la sua parte, le belle maniere, sinonimo d’ipocrisia borghese, non vennero apprezzate: voto zero.
Ma il voto più basso, -20, andò al pudore, alla gelosia, al silenzio nel fare l’amore e alla volgarità; mentre il più alto, +20, andò alla libertà mentale, alla perversità e alla stravaganza.
Insomma, già allora – intellettuali o meno – eravamo alle solite: nell’amore, meglio le cattive che le brave ragazze!
Tratto da Corriere della Sera
